Last Flag Flying alla Festa del cinema di Roma

Steve Carrel, Bryan Cranston, Laurence Fishburne

L’ultimo film di Richard Linklater vede come tra i protagonisti tre amatissimi attori americani, conosciuti e amati da un pubblico eterogeneo.

Steve Carrel, conosciuto principalmente per i suoi ruoli comici interpreta nel film un vedovo che ha perso la moglie a causa di un cancro al seno ed un anno dopo il figlio, marine in Iraq; Doc, così veniva chiamato dagli amici, è un uomo che vive da solo, senza aver creato negli anni particolari amicizie, con un passato da veterano del Vietnam e un lavoro che non sembra stimolarlo particolarmente, tanto che sarebbe disposto a mollarlo su due piedi per diventare il partner del suo vecchio amico Sal.

Sal, interpretato da Cranston, è un ex militare oltre che un veterano (era rimasto nelle forze armate anche dopo la guerra) ed ora “gestisce” un bar che va più male che bene, si ubriaca, mangia pizza e non ha perso la sua ironia, il suo sarcasmo e il suo cinico spirito di ribellione nei confronti dell’autorità.

Richard Mueller, interpretato da Fishburne, è passato da essere Mueller il pugile/distruttore/castigatore, giocatore incallito e castigatore dei bordelli vietnamiti a essere il reverendo Richard Mueller, signore di mezz’età con il bastone (è stato ferito in guerra), con una moglie, due figli e nipotini annessi. Richard, nonostante il suo ruolo di pastore, sembra essere il meno propenso ad aiutare Doc/Larry (Larry Shepherd è il suo vero nome) ma si fa convincere da Sal che riesce a risvegliare lo spirito di Mueller e a coinvolgerlo nel loro pazzo viaggio.

Last Flag Flying è soprattutto un viaggio, in bilico tra il tragico e il comico, tra il ricordo del passato e degli errori commessi (soprattutto uno che sembra tormentare i tre protagonisti) e un futuro che sembra essere incerto e solitario, almeno per Larry e Sal, che non sono riusciti, l’uno per la sfortuna che gli ha portato via i suoi cari, l’altro per i sensi di colpa e il trauma della guerra. Affronta tematiche importanti ma lo fa con ironia, strappando una risata tra le lacrime che finirete sicuramente per versare.

La guerra è un altro tema ricorrente del film, viene citata e mostrata tramite i telegiornali (siamo nei primi anni 2000, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, il presidente è G.W. Bush); il periodo in cui si svolgono le vicende è quello dei giorni in cui venne ucciso Saddam e il film non lesina un certo sarcasmo, con commenti e critiche politiche, mantenendo una certa attualità nei riferimenti sulla guerra e sui traumi che sembrano non essere stati mai riconosciuti, dal Vietnam a oggi.

I tre vecchi veterani hanno compreso le bugie che gli erano state raccontate, amano ancora il loro paese ma provano disillusione e odio nei confronti dei comandi delle forze armate, come l’insopportabile colonnello che li accoglie nell’hangar all’arrivo delle salme dei caduti. Questi militari burocrati con la loro gelosia verso morti che non sono i loro, con il distacco verso le sorti dei giovani che hanno mandato a far massacrare, sono oggetto delle prese in giro del caustico Sal, che non ha nessuna intenzione di rispettare l’autorità; quando Doc chiede come è morto suo figlio e gli viene data la versione ufficiale che dice che è morto in azione, con grande coraggio, l’amico Sal non si beve la storiella di copertura e chiede al simpatico Washington, miglior amico di Larry jr., come siano andate veramente le cose.

La morte di Larry Jr. è ben più banale ma allo stesso tempo molto più significativa: il ragazzo è morto non in azione uccidendo nemici, ma circondato dai suoi amici, come un ragazzo normale; e allora sono forse proprio le circostanze della sua morte a renderla ancora più dolorosa per Doc e per i suoi due amici, oltre che per noi spettatori. Non si dovrebbe morire così, a 20 anni; è però bellissimo che Doc abbia rispettato inconsciamente le volontà del figlio, dandogli la sepoltura che desiderava, nonostante il tentativo di intralcio del colonnello.

Il viaggio è un viaggio catartico per i tre uomini, divertente per il pubblico che lo osserva ma che soprattutto permette a Sal, Doc e Mueller di fare i conti con un passato e con il problema posto dal dire la verità: dire la verità può far male e talvolta è necessario nasconderla per non creare ulteriore dolore a chi ha già subito una perdita.

Personalmente è un film che consiglio nel modo più assoluto: è divertente, commovente, sarcastico e ha un cast spettacolare.

 

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I, TONYA di Craig Gillespie al Festival del Cinema di Roma!

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  • Tonya MARGOT ROBBIE
  • Jeff SEBASTIAN STAN
  • Lavona ALLISON JANNEY
  • Diane Rawlinson JULIANNE NICHOLSON
  • Shawn PAUL WALTER HAUSER
  • Martin Maddox BOBBY CANNAVALE

SINOSSI

I, Tonya è la storia vera della pattinatrice di fama mondiale Tonya Harding (Margot Robbie). Conosciuta per il temperamento focoso, Tonya fu protagonista di una carriera eccezionale e di uno degli scandali più grandi della storia degli Stati Uniti.

Recensione

I, Tonya è uno di quei film fantastici che bisogna andare a vedere al cinema per goderne pienamente la bellezza. È un film che vi farà piangere, ridere e indignarvi, oltre che riflettere quando Tonya, con il volto di Margot Robbie, vi accuserà di essere stati tra i suoi aguzzini, di essere tanto colpevoli quanto la violenta e fredda madre, un vero mostro, e il violento e stupido marito, che le ha rovinato la carriera fidandosi del patetico e bugiardo patologico amico Shawn, che personalmente avrei voluto prendere a calci per l’intero film (perdonate la violenza e la perdita di professionalità ma quando vedrete il film penso proverete la stessa sensazione).

Il regista Craig Gillespie ha raccontato che dopo aver letto la sceneggiatura, sebbene lui avesse lavorato proprio nel periodo in cui si svolgono gli eventi con la vittima del film, Nancy, ha fortemente desiderato realizzare il film per la maestria, l’equilibrio tra emozione e ironia che la penna di Steve Rogers ha saputo creare.

Non tutti conoscono i dettagli della storia, anzi probabilmente questi sono quasi del tutto sconosciuti al pubblico e il film vuole svelare la storia che fu dietro il grande scandalo che portò alla condanna di  Tonya e Jeff Gillooly.

Lo spettatore è così in grado di scoprire il  mondo da cui proveniva Tonya e la sua perseveranza e determinazione che le aveva permesso, nonostante tutto, di partecipare a due olimpiadi, nel caos di una vita personale tormentata e difficile. Chi vede il film vede l’altleta con occhi completamente diversi. I media l’hanno sempre dipinta come la “cattiva”, ma la sua vita è stata ben più complicata e tragica di quanto non sembri.

Senza nulla togliere a Nancy Kerrigan la storia di Tonya è diversa da com’è stata raccontata. Gillespie vuole  umanizzare la pattinatrice, provando a mettermi nei suoi panni, e ci riesce a mio parere perfettamente.

Tonya non conosce che violenza, sin da quando è bambina viene sistematicamente maltrattata, picchiata, umiliata dalla madre e non conosce altro che allenamenti duri e soprusi; è una ragazza che spacca la legna, una redneck povera che non può permettersi vestiti costosi, pellicce e che non vuole provare a essere più raffinata per una giuria che vuole solo tradizione e la “awesome american family” che lei non ha e non sa nemmeno dove trovare.

Quando conosce Jeff non le sembra vero poter scappare da quell’inferno che è casa sua, ma probabilmente andare a convivere con Jeff è stato il più grande errore della sua vita: il ragazzo si dimostra essere sin da subito un violento, ma Tonya è abituata a essere picchiata (e comunque talvolta riesce a restituirle al violento Jeff) e pensa che essere picchiata sia un segno d’amore, perciò ogni volta lo perdona.

Tuttavia non riesce a sfondare e la sua vita ha parecchi bassi e pochi alti, con una carriera nel pattinaggio che nonostante tutto non decolla perché continua a non piacere ai giudici. Tonya è disposta a tutto per riuscire nel pattinaggio che rappresenta l’unica cosa in cui è brava, che ama e che la rende felice.

Shawn però, l’amico idiota di Jeff, con la complicità di quest’ultimo, rovinerà la carriera di Tonya in preda alle sue manie di grandezza, convinto di essere un esperto di terrorismo e affermandolo anche in televisione. L’idiota causerà l’infortunio della rivale Nancy che porterà ad un’inchiesta del FBI in cui il prezzo più grande verrà pagato da Tonya che pronuncerà davanti al giudice un discorso per il quale se avete un cuore piangerete ( ma non vi preoccupate perché questo non è un film triste, anzi si ride parecchio)

Penso che tutti uscendo dalla sala abbiano pensato quanto Tonya sia stata fortunata e quanto spesso dovremmo ragionare prima di crocifiggere pubblicamente una persona senza sapere bene come sono andati i fatti.

 

Ferrari: Un mito immortale al Festival del cinema di Roma

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Sinossi

Icone di una generazione. Leggende di uno sport. Anni ’50: l’ascesa dell’iconica Scuderia Ferrari, simbolo del Made in Italy nel mondo, nel campionato mondiale di Formula Uno e il decennio più mortale nella storia delle corse automobilistiche in un coinvolgente docu-film.

Mentre le auto sfidavano i limiti dell’abilità umana, i piloti vivevano sulla punta del coltello tra la vita e la morte. Al centro di tutto c’era Enzo Ferrari, figura di spicco nel mondo delle corse automobilistiche e patriarca della Ferrari, che ha osato immaginare la velocità in un modo in cui nessun altro avrebbe mai potuto. Nonostante la competizione all’interno del suo team, due delle sue star, Peter Collins e Mike Hawthorn, decisero che la loro amicizia era importante quanto vincere la prossima gara.

FERRARI: UN MITO IMMORTALE racconta la storia di amori e di perdite, di trionfi e tragedie dei piloti più decorati della Ferrari, in un’epoca in cui la settimana era scandita dai ritmi della dolce vita e i weekend dal lancio della moneta per scommettere sulla loro sopravvivenza.

Recensione

Questo è decisamente un documentario imperdibile per tutti coloro che amano le auto, la Formula Uno e la Ferrari, ma è interessante anche per capire cosa spinse moltissimi giovani a rischiare la loro vita, ogni maledetta domenica, per scoprire chi fosse il più veloce tra loro. Uscirete dalla sala pensando che sì, forse la sfortuna non esiste, che come diceva Enzo Ferrari certi imprevisti si possono evitare perché gli imprevisti sono le cose che non siamo stati in grado di prevedere, ma che in certi casi il destino è davvero crudele.

Il documentario, con la narrazione a cura di diversi giornalisti, esperti e con gli interventi di alcuni protagonisti e protagoniste dell’epoca ripercorre la storia del mito dream team di Enzo Ferrari che corse dalla metà degli anni cinquanta ai primi dei sessanta. Cinque straordinari piloti, un marchese spagnolo (il playboy per eccellenza, lo stereotipo diventato realtà: il nobile che corre, fa festa e che si gode la vita rincorrendo l’impresa), due inglesi bellissimi e corteggiatissimi (amici strettissimi e legati dallo stesso infame destino che li prende in giro, interrompendo i loro sogni d’amore con due bellissime donne) e due italiani che portano sulle loro spalle il peso di un intero paese (che tifa per loro ma che si rivela una pressione insostenibile).

Cinque vite spezzate, oltre a quelle di moltissime vittime, che il documentario ricostruisce, spiegando cosa causò quegli incidenti che ne causarono la morte, talvolta stranamente percepita, o almeno così raccontano i testimoni, dagli stessi piloti o dalle loro compagne, vedove giovanissime oppure fidanzate che vedono il loro sogno romantico spezzarsi per una curva presa male o una gomma scoppiata.

Potrebbe succedere a me, smetterò oppure a me non succederà, io non avrei fatto quell’errore si ripetono ogni settimana i piloti ma non smettono, perché l’adrenalina provata quando corrono è più forte della paura e del timore di morire bruciato vivo o sbalzato via dall’abitacolo.

Le storie dei cinque piloti si intrecciano con le dichiarazioni di Enzo Ferrari, padre padrone della Scuderia che sembra amare più i suoi motori che i suoi uomini, perché almeno le automobili gli sono sempre rimaste fedeli.

Una Questione Privata dei fratelli Taviani al Festival del cinema di Roma

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Luca Marinelli nei panni di Milton

SINOSSI

Over the Rainbow è il disco più amato da tre ragazzi nell’estate del 43. S’incontrano nella villa estiva di Fulvia, adolescente e donna. I due ragazzi sono Milton e Giorgio, l’uno pensoso, riservato, l’altro bello ed estroverso. Amano Fulvia che gioca con i sentimenti di entrambi. Un anno dopo Milton, partigiano, si ritrova davanti alla villa ora chiusa. La custode lo riconosce e insinua un dubbio: Fulvia, forse, ha avuto una storia con Giorgio. Per Milton si ferma tutto, la lotta partigiana, le amicizie… Ossessionato dalla gelosia, vuole scoprire la verità. E corre attraverso le nebbie per trovare Giorgio, ma Giorgio è stato fatto prigioniero dai fascisti…

PERSONAGGI E INTERPRETI

  • Milton Luca Marinelli
  • Giorgio Lorenzo Richelmy
  • Fulvia Valentina Bellè

Recensione

Il film è tratto da uno dei romanzi più conosciuti di Beppe Fenoglio, ambientato in Piemonte durante la Resistenza.

I fratelli Taviani da tempo desideravano realizzare un adattamento di questa storia ampiamente criticata dalla politica e dagli editori del tempo, quando il romanzo fu addirittura rifiutato, ma che è ora considerato un capolavoro della letteratura sulla Resistenza e che è stato rivalutato e adattato anche per altre produzioni televisive e cinematografiche. La storia veniva considerata uno svilimento dei valori della resistenza, ridotti a una banale storia d’amore e alla temporanea perdita di senno di un partigiano, Milton, più interessato a sapere se la sua amata Fulvia ha avuto o meno una liaison amorosa con il suo migliore amico Giorgio, anche lui partigiano ma in un’altra banda, che a combattere contro gli scarafaggi neri, ovvero i fascisti.

La storia è quella più vecchia del mondo: lui, lei e l’altro; quello che cambia è l’ambientazione: in un periodo di guerra civile, di violenza, dove famiglie intere vengono massacrate e i partigiani si devono nascondere nelle montagne da dove organizzano assalti contro i fascisti , che continuano a perdere terreno, un giovane come Milton, sensibile ma anche timido, è preso dalla nostalgia per gli allegri momenti trascorsi insieme all’amico ma soprattutto a Fulvia, ragazza amata e idealizzata, che è lontana e non si sa se mai tornerà alla villa dove sono stati tanto felici.

Ho personalmente trovato interessante il parallelo tra il paesaggio, protagonista importante del film, e lo stato d’animo del solitario Milton, in preda a una furia e ad un disperato bisogno di sapere se le sibilline rivelazioni della custode della villa di Fulvia, sono vere. La ragazza è sempre stata amata da Milton ma non ha mai ricambiato apertamente i suoi sentimenti. La nebbia che offusca la mente di Milton è anche la nebbia che rende difficoltoso vedere e nasconde i nemici, isolandoli anche mentalmente.

Il personaggio interpretato da Marinelli sembra in preda a una pazzia che ricorda quella di Orlando quando scopre che Angelica lo ha tradito con Medoro (e queste sono le intenzioni e l’interpretazione dei registi): ha perso il senno e vaga per le montagne alla ricerca di un fascista da poter scambiare con l’amico – rivale Giorgio.

Il tempo scorre e il prigioniero non si trova, Milton sta perdendo la pazienza e il controllo sulla sua sanità mentale e il suo viaggio è sempre più disperato. Viaggio che si conclude inaspettatamente dove è iniziato: dopo essere giunto in preda alla disperazione presso la villa di Fulvia, Milton viene scoperto dai fascisti, presenti in gran numero, che hanno appena occupato la casa e scappa, inseguito come un cervo da una schiera di cacciatori, ma riesce miracolosamente a salvarsi ed esclama “sono vivo!“, in preda a un sollievo quasi metafisico. È riuscito a scappare, non si è fatto uccidere e si è convinto che forse quelle della custode non erano altro che malignità, o almeno così preferisce credere.

Il film è piacevole ma la recitazione della maggior parte del cast non è, a mio parere, all’altezza di un romanzo che è invece tra i più belli scritti su questo tema; il film è tenuto a galla dall’ottima interpretazione di Marinelli ma viene da chiedersi se questo sia davvero il massimo che si poteva ottenere da un libro che raggiunge livelli che questo film non riesce a toccare. L’eccessivo uso della nebbia e del trucco, la scena con protagonista il fascista clown e pazzo non aiutano il film a essere credibile e a suscitare negli spettatori emozioni forti. 

 

 

Detroit – il capolavoro di Kathryn Bigelow al Festival del Cinema di Roma.

detroit-1.jpgCon John Boyega, Will Poulter, Anthony Mackie, Hannah Murray e Jack Reynor

AL CINEMA DAL 23 NOVEMBRE

Durata: 2 ore e 22 minuti

SINOSSI

La storia è ispirata alle sanguinose rivolte che sconvolsero Detroit nel 1967. Tra le strade della città si consumò un vero e proprio massacro ad opera della polizia, in cui persero la vita tre afroamericani e centinaia di persone restarono gravemente ferite.

La rivolta successiva portò a disordini senza precedenti costringendo così, ad una presa di coscienza su quanto accaduto durante quell’ignobile giorno di cinquant’anni fa.

Il nuovo film della regista Premio Oscar® Kathryn Bigelow (Point Break, Strange Days, The Hurt Locker, Zero Dark Thirty), trascina lo spettatore in uno degli episodi più sanguinosi della moderna storia americana che però riporta a un presente quantomai attuale.

Recensione

Il film è ambientato nell’estate del 1967, a Detroit, dove nel degradato centro urbano, abitato ormai quasi esclusivamente da cittadini afro-americani e lasciato a se stesso, in seguito all’ennesimo sopruso da parte di una polizia bianca, razzista e violenta, cittadini comuni e non decidono che ne hanno abbastanza e che è ora di passare alla violenza perché il non essere violenti e il rispettare le regole ora come ora non li ha portati da nessuna parte; gli eventi però sin da subito si trasformano da rivolta sociale in sciacallaggio e atti di distruzione gratuiti. La situazione sfugge al controllo delle forze dell’ordine e ai politici che non riescono a dare una risposta intelligente e rispettosa ma che, con una scelta tanto comune quanto sbagliata, decidono che la soluzione migliore sia quella di reprimere, con la forza e con l’aiuto di Guardia Nazionale ed esercito, questa rivolta che non sanno spiegarsi. 

E nel riportare alla memoria una parte così dimenticata e poco riportata della storia americana ma allo stesso tempo così cruciale per capire la situazione attuale e anche il movimento della Black Lives Matter , Bigelow e Boal hanno cercato di onorare sia i sopravvissuti, sia i defunti, in un modo che fosse premuroso e rispettoso. Era una necessità sentita quella di riportare le ingiustizie e i soprusi subiti da parte della giustizia e dell’opinione pubblica poiché al di là delle cospicue perdite, la vittima più grande del massacro avvenuto al Motel Algiers è stata  l’innocenza, come dimostra la storia centrale del film. Gli eventi reali sono stati rilegati a una nota storica a fondo pagina ed era ora che qualcuno si decidesse a riportarli alla luce. I sopravvissuti sono stati coinvolti nella produzione, hanno affiancato gli attori e attraverso documenti storici e reali si sono ricostruite le parti che vengono definite “romanzate” per coprire i buchi lasciati dai verbali e racconti dell’epoca.

Gli uomini bianchi in questo film rappresentano i nemici e personalmente non sono riuscita per niente a comprenderli né a provare una ben che minima traccia di pietà per loro, nessuno sembra avere qualcosa di positivo anzi l’indignazione è una costante del film. Lo stesso Will Poulter che interpreta il poliziotto più sadico e anche la mente criminale del gruppetto di poliziotti presenti al Motel ha provato un’enorme difficoltà a interpretare il ruolo di Krauss poiché il personaggio lo disgustava e i suoi colleghi hanno raccontato come lo stesso Poulter abbia implorato in lacrime la regista di non fargli girare un’altro take perché si stava sentendo fisicamente e psicologicamente male.

Le vittime assolute sono gli afro americani, trattati come animali in un modo che non può che provocare lo sdegno assoluto negli spettatori.  La polizia tratta i sospettati come fossero animali: Krauss spara alle spalle di uno sciacallo che ha rubato da mangiare e lo fa come se fosse a caccia e quello fosse un gioco. La facilità con cui la polizia di Detroit toglie la vita a uomini e donne solo perché non ha alcun rispetto della loro vita è ancora più disgustosa; la cosa che fa più male, personalmente, è che accada ancora oggi e che ciò non provochi in tutti lo sdegno più assoluto.

Le insicurezze dell’uomo bianco emergono soprattutto quando i poliziotti al motel trovano due giovani bianche con degli uomini neri; accusano un veterano del Vietnam di essere un pappone, lo insultano dicendo che al massimo può aver guidato un camion ma essere un paracadutista, assolutamente no. Quando alle due ragazze viene chiesto perché preferiscano “scopare con i negri” la risposta è che per loro non sono “negri” ma quello che loro vedono sono ragazzi. 

La violenza e le ingiustizie sono è il leitmotiv del film e credo che la regista e lo sceneggiatore vogliano stimolare nello spettatore una sofferenza fisica e psicologica, una fortissima indignazione. Spero che il film sia premiato agli Oscar e che finalmente si parli di più della violenza della polizia nei confronti dei cittadini americani che quotidianamente vengono discriminati o peggio uccisi per il colore della loro pelle. 

Orribile è il momento del processo dove una giuria di soli bianchi, che ovviamente mai condannerà dei bravi poliziotti e padri di famiglia, assolve i tre colpevoli dopo essere stata ampiamente informata dei precedenti dei sospettati. 

L’ottimo John Boyega interpreta Dismukes, duro lavoratore e giovane con una grande fiducia nella giustizia: quella notte, durante il suo turno di guardia giurata presso un negozio, accorre insieme alla polizia al Motel, collabora con loro e cerca di mediare: il risultato è che viene accusato di avere ucciso Carl, il primo ospite trucidato dal sadico Krauss. Realizza allora che nessuno crederà mai alla sua parola perchè è anche lui un nero, anche se di quelli “a posto”.

Indigna anche l’indifferenza di coloro che razzisti non sono, come il funzionario della guardia nazionale che sebbene si renda conto che quello che sta accadendo dentro al Motel sia un massacro da parte di poliziotti completamente psicopatici non interviene.

L’unico poliziotto che ha un ruolo positivo è quello che porta Larry, promettente cantante, in ospedale dopo che è riuscito a scappare dalle violenze con la promessa di “non aver visto niente”. Fred, il suo amico, non ha accettato l’ennesimo sopruso e ha scelto di morire. Questo segnerà Larry per il resto della sua vita e ancora oggi ne porta le cicatrici, fisiche e soprattutto mentali.

Il film è diviso in tre atti e permette di capire cosa origini gli scontri, come e perché essi si sviluppino e segue diverse linee temporali per inquadrare meglio i protagonisti; capiamo cosa porta all’esasperazione la popolazione afro americana di una delle principali metropoli industriali statunitensi: mancanza di lavoro, crisi sociale ed economica, continue discriminazioni e vessazioni da parte di una polizia razzista e sadica.

È emblematico il manifesto appeso ad una parete nelle prime scene: “In Vietnam nessuno mi ha chiamato negro” … la popolazione nera può combattere per gli USA ma a casa loro non ha nessun diritto.

È così ancora oggi?

Concludo con questa dichiarazione degli autori:

Ogni riferimento alle attuali discussioni nazionali sul razzismo istituzionale e gli eventi descritti in DETROIT è stato puramente intenzionale, dicono i filmmaker. “Penso che questa sia una storia importante da raccontare”, dice il produttore/sceneggiatore Boal, “perché uno dei valori nel guardare al passato, è che ti permette di guardare al presente da un’altra prospettiva. E di porti delle domande come ‘quante cose sono cambiate? E quante cose non sono cambiate?’” Gli eventi dell’estate del 1967 a Detroit e in altre importanti città americane “non sono stati un momento isolato nel tempo”, continua Boal. “Sono la parte di un continuo. E per quanto siamo consapevoli di questo continuo, forse possiamo comunque metterci più attenzione.”

 

Hostiles di Scott Cooper alla Festa del Cinema di Roma

hostiles_conferenzastampa_pressconference_getty-images-1.jpgWes Studi, Rosamund Pike e Scott Cooper

Protagonisti:

  • CHRISTIAN BALE nel ruolo del Capitano Joseph Blocker
  • ROSAMUND PIKE nel ruolo di Rosalee Quaid
  • WES STUDI nel ruolo di Falco Giallo

SINOSSI

Ambientato nel 1892, HOSTILES – Ostili racconta la storia di un leggendario capitano dell’esercito (Christian Bale) che accetta con riluttanza di scortare un capo guerriero Cheyenne in punto di morte (Wes Studi) e la sua famiglia fino alle loro terre natie. I due vecchi rivali affrontano un viaggio di proporzioni simili all’Odissea, mille miglia di cammino da Fort Berringer, un isolato accampamento nel Nuovo Messico, alle praterie del Montana. Durante il viaggio incontreranno una giovane vedova (Rosamund Pike), i cui cari sono stati assassinati in quelle pianure, e insieme dovranno sopravvivere a quel paesaggio spietato e alle ostili tribù Comanche.

Recensione

Hostiles può essere considerato benissimo un film western e lo stesso regista, Scot Cooper dice di essersi ispirato ad un capolavoro del maestro del western, John Ford, con il celebre The Searcher. Tuttavia Copper ha scelto il western per parlare di attualità, della situazione di oggi poiché il suo vuole essere un film che, nelle sue stesse parole, superi la divisione in generi (ndr cinematografici). Non è il tipico film di avventura ma vi è anche una componente fortemente romantica tra i due protagonisti principali che sono dei superstiti:  l’una, Rosalee, è una donna forte, che subisce forse quello che è la violenza più orrenda si possa concepire ovvero vede la sua intera famiglia sterminata di fronte ai suoi occhi; l’altro, Joseph, è un soldato, indurito da guerra e violenza che però legge ancora Cesare e i suoi racconti di guerra prima di andare a dormire, il quale si trova a dover scortare un suo vecchio grande nemico, un tempo trucidatore di soldati, che è ormai però ridotto ad un anziano malato e in fin di vita, nonostante conservi ancora l’autorità di allora e si possa scorgere nei suoi occhi l’antica gloria e splendore, oltre che una saggezza infinita.

La relazione tra Falco Giallo e Joseph ovviamente non parte con i migliori auspici, Blocker infatti odia i nativi americani a cui insieme il suo esercito ha rubato la terra,  come gli viene ripetuto a cena dalla moglie di un ufficiale, e quando riceve l’ordine di scortare il capo indiano nelle sue vecchie terre per concedergli la morte che desidera, il Capitano si rifiuta, contesta l’ordine e solo con la minaccia di perdere la pensione e di finire davanti alla corte marziale, alla fine cede e obbedisce.

Rosalee è invece la vittima della ferocia Cheyenne che le trucida la famiglia di fronte agli occhi, prima il marito poi le due figlie (interpretate dalle figlie del regista) e infine, in una scena che personalmente ho trovato forse un po’ irrealistica, il figlio neonato in braccio; tuttavia la donna si riesce a salvare e si unisce al gruppo in marcia, maturando, come gli altri protagonisti, durante il viaggio. Ad esempio, scoprire che la vendetta non solo non le restituirà i suoi cari ma non le darà nessun piacere, anzi facendola sentire più vuota di prima, è uno dei passaggi fondamentali del personaggio della Pike che perdona la “razza” dei suoi aguzzini perchè da “ignorante” (colei che ignora) comprende, impara e soprattutto ascolta.

Personalmente ho trovato che il protagonista principale, come in molti altri capolavori western, fosse il paesaggio che si intravede durante il viaggio, curato con una fotografia magnifica. Il viaggio permette alle differenze di venir meno e agli antichi odi di smorzarsi con la condivisione di tende, cibo e incombenze guerresche; non appena i nemici iniziano a conoscersi e, come ha detto la stessa Pike nella conferenza stampa ad ascoltarsi, l’atteggiamento cambia, le parole si fanno più comprensive e ci sono degli scambi commoventi.

Il film racconto un viaggio anche metaforico e non tangibile, attraverso il dolore, la sofferenza, la perdita e la tragedia della guerra che non ha né vinti né vincitori ma solo vittime in entrambi gli schieramenti; è attuale perché questo potrebbe essere anche un film sui rifugiati di guerra siriani che scappano attraversando il deserto. Il concetto è sempre lo stesso: la guerra fa vittime, innocenti, e spinge gli uomini sull’orlo della pazzia od oltre, trasformando carnefici in vittime (es. il suicidio di Tommy che non riesce più a convivere con tutti i morti e le sofferenze che ha causato).

Ho trovato interessante la scelta di far morire o far abbandonare il tragitto a tutti i partecipanti eccetto Bale, Pike e Studi con la sua famiglia: qualcuno viene ucciso, come l’ingenuo Dejardin, qualcuno ferito e quindi lasciato per strada a curarsi. Alla fine anche la famiglia di Falco Giallo, tranne il nipotino Piccolo Orso, viene massacrata nell’inutile sparatoria finale dove il sopruso dell’uomo bianco raggiunge il suo apice: i nativi non hanno nemmeno il diritto di compiere il loro rito sacro e di seppellire i loro cari nella loro terra sacra e al bianco possidente non interessa nemmeno che l’ordine provenga dal bianco presidente degli Stati Uniti d’America.

Bale è vittima della sua vita da soldato, ha bisogno, un po’ come gli USA, di avere un nemico, qualcuno da odiare. Ma è un uomo buono, sotto sotto, un uomo capace anche di amare come dimostra l’ottimistico lieto fine. Rosalee vuole convincerlo di questo e ci riesce con un finale incerto fino all’ultimo ma degno della più classica commedia romantica (treno involved!).

Gli antichi nemici non sono più quelli antichi, con cui ci si era massacrati sino all’ultima goccia di sangue in passato, ma sono quelli che via via, durante il viaggio, si interpongono tra i protagonisti e la loro meta finale, la verde valle degli Orsi, in Montana.

Anche la fede gioca un ruolo importante all’interno del film, i personaggi ne discutono, e viene utilizzata come mezzo per poter parlare (“cosa mi resta d’altro se non la fede” e “Dio non guarda verso di noi da un pezzo”) ma quello che fondamentalmente interessa a Cooper è il processo che si crea nel relazionarsi con qualcuno che ha sofferto, per poter in qualche modo andare avanti e metabolizzare la tragedia avvenuta; è questo che è davvero importante per il regista e che lui e il cast hanno più volte sottolineato.

Dal punto di vista tecnico ho apprezzato moltissimo il fatto che Bale e gli attori nativi parlino in Cheyenne, rispettando le tradizioni e la cultura nativa.

Il film è davvero su un’esperienza umana e lo consiglio anche chi magari è dubbioso per via del genere, non penso che rimarrete delusi anzi vi darà parecchi spunti per quella che è l’attualità, la situazione contemporanea statunitense, dimostrando un’ampia consapevolezza da parte degli autori verso quello che è ancora oggi uno dei problemi atavici della cultura americana: venire a patti con il passato violento che ha visto contrapposta la popolazione bianca e quella nativa prima e afro americana poi … riguardo a questo rimanete sintonizzati per la recensione di Detroit!

 

The Party di Sally Potter alla Festa del Cinema di Roma

The Party di Sally Potter sarà presentato alla prossima Festa del Cinema di Roma nella sezione Tutti ne parlano.

Il film con Kristin Scott Thomas, Timothy Spall, Patricia Clarkson, Bruno Ganz, Cillian Murphy, Emily MortimerCherry Jones, uscirà in Italia nei primi mesi del 2018 distribuito da Academy Two.

La regista Sally Potter ha confermato la sua presenza a Roma, per chi fosse interessato. 

Sinossi : Janet è appena stata nominata Ministro del Governo ombra, il coronamento della sua carriera politica. Lei e suo marito Bill decidono quindi di festeggiare con gli amici più stretti. Gli ospiti arrivano nella loro casa di Londra, ma la festa volge inaspettatamente al peggio quando Bill all’improvviso fa due rivelazioni esplosive che sconvolgono sia Janet che i presenti. Amore, amicizia, convinzioni politiche e un intero stile di vita vengono messi in discussione. Sotto la superficie elegantemente liberal degli ospiti freme la rabbia. Lo scontro li spinge a sfoderare l’artiglieria pesante, anche in senso letterale.